Nell'800 e nel '900, in Sardegna, l'attività estrattiva conobbe un periodo florido per l'intensivo sfruttamento delle risorse piombo zincifere e argentifere delle montagne sulcitane, ricchezze conosciute già dal neolitico. I sardi più poveri che non avevano possedimenti terrieri o bestiame lavoravano nelle miniere e dovevano provvedere a trovare un'abitazione il più vicino possibile al luogo di lavoro, spesso erano costretti ad abitare nelle grotte naturali oppure, i più fortunati riuscivano a trovare alloggio nei paesi costruiti a beneficio dei minatori. Questi agglomerati abitativi sarebbero diventati grossi centri estrattivi e la loro fama varcò i confini europei anche per via di innovative soluzioni a problemi come l'illuminazione stradale e attività ludiche per il benessere dei lavoratori che, a dire il vero, potevano accedervi ben poco per mancanza di tempo e la stanchezza dovuta all'immane fatica. Buggerru fu una di queste cittadine minerarie, dotata anche di un teatro, chiamata a quel tempo "la piccola Parigi" per le soluzioni abitative all'avanguardia per quei tempi. Quanto sopra potrebbe sembrare un delizioso quadretto della vita mineraria sarda ma la verità fu ben altra. Un ricco lord inglese di nome Brassey, presidente della società “Pertusola”, rilevò dai francesi il pacchetto azionario del complesso di Ingurtosu. Cosa rara in quei tempi, questo inglese ritenne con larghezza di vedute, che i lavoratori dovessero avere un minimo di comfort e fece costruire case con ambienti adeguati, fu l'inizio della nascita del villaggio minerario di "Ingurtosu". Il paese si arricchì di servizi essenziali fra cui alcune botteghe e anche un ufficio postale. Prima di questi eventi, i minatori e le loro famiglie dovevano adattarsi ad abitazioni di fortuna, sporche e fatiscenti. Oltre l'alloggio e pochi servizi, la disponibilità dei padroni latitava, infatti i lavoratori venivano trattati a guisa di bestie a cui si elargiva un salario davvero misero. Dopo alcuni anni, il filone delle miniere andò esaurendosi e Brassey fece sondare il territorio, scoprendone uno nuovo e più redditizio. Il minerale estratto ebbe un incremento quantitativo notevole per cui si rese necessaria anche una laveria più grande e moderna. La società “Pertusola” edificò una grande struttura sul rio Naracauli, più vicino alla miniera di quanto non fosse la vecchia laveria, dalla quale distava circa 6 chilometri. Nella laveria, trovavano occupazione soprattutto le donne, anche quelle in età prepuberale, spesso venivano ammessi anche i maschi molto giovani. La distanza fra lavoro e abitazioni doveva essere percorsa a piedi, al buio e senza scarpe poiché il denaro del budget familiare non era sufficiente per permettere quel lusso. Spesso, la pianta dei piedi si ispessiva diventando dura come il cuoio mentre la parte superiore e la caviglia erano soggette a ferite o lacerazioni. Qualsiasi fosse la situazione meteorologica, i lavoratori dovevano arrivare puntuali: pioggia, neve o gelo, si doveva partire sempre; sul posto di lavoro era richiesta la massima puntualità per essere presenti all’appello. Non ci si poteva fermare lungo la strada, neppure per tagli o lacerazioni ai piedi, si rischiava di essere cacciati e perdere la giornata lavorativa. C’era anche chi veniva da molto lontano, dalle campagne di “Guspini” o di “Arbus”, gente che riposava molto poco perché il lavoro si protraeva anche per 12 ore. Queste persone arrivavano a destinazione con notevole stanchezza accumulata lungo la strada ed erano le più soggette ad incidenti sul lavoro fortemente invalidanti, se non addirittura mortali. Una volta arrivati a Naracauli, si iniziava subito con lo scarico dei carrelli provenienti dalla miniera, seguiva la frantumazione dei pezzi di minerale più grossi, la selezione e il lavaggio. Tutte le mansioni andavano svolte in posizione eretta, molto frequentemente con i piedi immersi costantemente in acqua la cui temperatura, in inverno, scendeva a valori proibitivi. Le lavoranti cercavano di proteggere gli arti inferiori dagli incidenti e dai tagli di spigoli affilati, coprendoli con miseri stracci; un sotterfugio che forniva ben scarsi risultati. Anche le donne si ammalavano gravemente a causa di quel lavoro a contatto con elementi fortemente inquinanti. Respiravano le polveri durante la frantumazione del minerale e se erano incinte: abortivano o partorivano figli morti. Le ragazze “bagadias” (nubili) soffrivano spesso di amenorrea, ritardo puberale con sottosviluppo degli organi sessuali e anemia; la causa di quest’ultima patologia, molto diffusa, poteva essere ricercata anche nell’alimentazione scarsa e di qualità poco indicata per le persone dedite ai lavori pesanti.
La vallata, su cui fu edificata la laveria, portava il nome di “ Is Animas “ (valle
delle anime), un appellativo tutt’altro che rassicurante come, del resto, tutto
il paesaggio intorno, desolato e con un un’aria spettrale. Fra la fine dell’800 e l’inizio del ‘900,
tutt’intorno l’area della zona mineraria detta
“di Montevecchio“ vennero scavati diversi pozzi estrattivi che servirono
ad estendere lo sfruttamento dei filoni, un’attività fiorente ed organizzata al
centro di un Europa che viveva i primi vagiti della rivoluzione industriale.
Nessuno avrebbe potuto immaginare che la Sardegna si sarebbe trovata
all’avanguardia nella tecnologia estrattiva dell’epoca. Furono scavati diversi pozzi estrattive, il più famoso fu quello denominato “GAL“ dal nome del dirigente
che gestì le miniere di “Gennamari e Ingurtosu“. Il sistema di trasporto dai pozzi alle laverie era costituito da vagoncini ferroviari e sfruttava la pendenza del
terreno per giungere poi fino al mare dove attendevano le navi da carico, le
famose bilancelle carlofortine. La motrice dei vagoncini su rotaia era
costituita dalle braccia degli operai.
Dopo una lunga camminata prima dell’alba, per raggiungere il
posto di lavoro, le donne si ritrovavano a frantumare il minerale estratto, con
le mazze e i martelli, a selezionare la parte più ricca degli elementi
ricercati, caricare nuovamente i carrelli e poi spingerli a mano verso il mare, tutto
questo spesso per 12 ore al giorno.
Tante lavoratrici caddero su quei binari mentre spingevano i
carrelli, vinte dalla fatica e dal sonno, chissà quante avevano perduto un arto
sotto le ruote dei vagoni o sotto i colpi delle mazze, quante si erano
gravemente ammalate e quante altre avevano trovato la morte in quel girone
infernale che non teneva in alcuna considerazione la vita delle persone.
Diventare inabili, ammalarsi gravemente o morire metteva a repentaglio la
sussistenza dei familiari e dei figli, poteva significare essere costretti a
mandare al lavoro anche bambini molto piccoli, spesso era proprio ciò che
accadeva. Un popolo da sempre sfruttato, umiliato e deriso, una sorta di “servi
della gleba“ salariati con pochi denari appena sufficienti per acquistare il cibo
necessario e a volte neppure quello. Una fiumana di persone sottoalimentate,
con gravi carenze nutrizionali portavano avanti un lavoro che un bravo padrone
non avrebbe fatto svolgere ad un somaro. In questi territori la vita della
gente contava poco, i ricchi stranieri avevano cercato di organizzare meglio
quella società fornendo le abitazioni e un minimo di servizi sanitari
organizzati, non certo per spirito umanitario, bensì con un occhio di riguardo
alla resa lavorativa e al guadagno che ne sarebbe derivato.
Tutto il complesso faceva parte di una
terribile realtà di sfruttamento intensivo della mano d’opera, che lavorava
quasi totalmente a forza di braccia, senza macchinari energivori che
alleviassero la fatica. Fino ai primi anni del ‘900 non esisteva l’energia
elettrica neppure per l’illuminazione. Quel complesso minerario, a prezzo della immane fatica e della morte di tanti operai, fu un
fiore all’occhiello della produzione industriale sarda ed europea. Tutto
intorno alla costruzione sorgevano collinette
sterili di materiali da risulta della frantumazione e del lavaggio del
minerale. Spettrali e grigie colline inquinanti che avrebbero testimoniato, per
l’eternità, lo sfacelo che poteva produrre una dissennata attività estrattiva. In seguito a copiose piogge che penetrano nelle gallerie solubilizzando svariati materiali che dilavano poi nel fiume, il corso d'acqua si presenta ancora oggi come un grosso ruscello che
in alcuni punti assume colorazioni innaturali con tonalità marrone fino a
schiarire in un giallo cupo. Lugubre testimonianza di predazione del territorio in un lavoro volto esclusivamente al massimo profitto, una filosofia che ancora oggi tiene banco sui territori dell'isola.

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