IL MISTERO DEI NURAGHI
PROLOGO
La nave sussultò per il forte urto con un oggetto non meglio identificato proveniente dall’alto e sbandò paurosamente riuscendo poi a riprendere quota; ormai priva di governo, scartò prima a destra poi a sinistra e prese quindi a precipitare in avvitamento su se stessa.
Il pilota si riprese dallo stordimento e controllando gli strumenti non riuscì a identificare cosa lo avesse colpito ma capì subito che la situazione era disperata e che non sarebbe riuscito a salvarsi perché, probabilmente, il corpo responsabile dell’urto aveva danneggiato il sistema di propulsione. All’esterno la notte era molto buia ma illuminata saltuariamente dai lampi perché era in corso un temporale mentre l’aria e l’acqua entravano sibilando dallo squarcio, creando un turbinio che risucchiava in un vortice frenetico tutti gli oggetti che si trovavano nell’abitacolo; il fenomeno era dovuto anche alla minor pressione all’interno della nave.
Il pilota tentò una disperata manovra di stabilizzazione aprendo un tunnel gravitazionale laterale diretto verso la luna che, pur non essendo visibile perché coperta dalle nuvole, si trovava in un’angolazione abbastanza alta sull’orizzonte. La manovra servì a frenare la caduta libera senza riuscire a fermare del tutto la nave che si posizionò in assetto orizzontale ma continuò a precipitare.
Il pilota si agganciò saldamente sul suo sedile preparandosi all’impatto con il suolo e contò mentalmente il tempo che trascorreva pensando che forse la velocità non fosse così elevata da polverizzare istantaneamente la nave al contatto con il terreno e, magari, lui si sarebbe anche potuto salvare.
Lo scafo aveva la parte inferiore rotondeggiante e si dirigeva verso terra con un’ angolazione di circa 40°, quando toccò il suolo accadde quello che succede ad un pallone su una superficie piana: rimbalzò lasciando sul terreno buona parte della struttura inferiore e tutto il resto compì un ulteriore balzo di circa 600 metri andando a schiantarsi
fra le rocce di un costone che provvide anche ad occultarne la presenza a chiunque si fosse trovato nei paraggi.
Quella mattina di luglio del 1947, dopo il temporale, il signor Brazel uscì di buon’ ora per controllare eventuali danni che quell’inconsueto maltempo aveva provocato nei terreni dove, di solito, pascolava il suo bestiame. Brazel era un tipo rude, di mezz’età, gran lavoratore e abituato alle difficoltà della vita solitaria che lo rendeva anche piuttosto burbero nei rapporti con il prossimo ma con un grande cuore, nel vicinato era stimato da tutti.
Diresse l’auto nella stradina che correva parallela alla recinzione sud nella direzione di Roswell e vide che quel maledetto vento aveva divelto ampie porzioni della sua recinzione in più punti, spargendo travi di legno tutt’intorno. Uno strano bagliore attirò la sua attenzione e, visto che non aveva mai usato materiali metallici né filo spinato, quel riverbero non poteva essere causato dai suoi frammenti; aguzzando meglio la vista, si accorse che a qualche centinaio di metri dal suo automezzo vi era qualcosa che rifletteva i raggi del sole, si trattava di diversi riflessi provenienti da più oggetti sparsi nel suo campo in maniera disordinata.
Con l’andatura ciondolante di chi è abituato a cavalcare si avvicinò per vedere di cosa si trattasse e potè verificare che, sul terreno, vi erano sparsi dei pezzi di metallo di diverse dimensioni, questo gli fece pensare che fosse capitato qualche incidente aereo forse imputabile alla vicina base aerea dell’esercito.
Il signor Brazel non possedeva un telefono e quindi pensò di andare di persona nella zona di Corona per parlare con lo sceriffo George Wilcox e denunciare il fatto. In fondo, pensò Brazel mentre la macchina proiettava schizzi di fango nella sua corsa verso il paese, di questi incidenti non ne avvenivano spesso anzi, a pensarci bene, era il primo in cui fossero coinvolti terreni di proprietà privata e non dello stato.
Da quando esisteva la base dell’ aeronautica, con tutte quelle luci nel cielo che si seguivano vicendevolmente durante le notti, in paese si raccontava che fosse una base sperimentale per la fabbricazione ed il collaudo di nuove armi destinate a fronteggiare gli stati comunisti che in Europa avevano contribuito alla guerra contro il nazismo e che ora
pianificavano e pretendevano l’egemonia politica su molti stati liberi, comunque necessitava che questi militari, con i loro giochi di guerra, facessero più attenzione per non provocare seri danni alla popolazione vicina.
Lo sceriffo era una persona di poche parole, caratteristica comune da quelle parti, ma aveva il dono di saper prendere decisioni immediate, virtù che gli permetteva di riuscire in maniera efficace a mantenere l’ordine in paese e risolvere le dispute che non erano infrequenti in quei territori semi selvaggi; era abituato ad ascoltare e infatti ascoltò con attenzione gli avvenimenti che gli venivano raccontati ed esaminando minuziosamente i rottami metallici che gli erano stati portati, pensò che qualcosa di grave doveva essere accaduto pertanto decise di avvertire il personale della base aerea di quello strano ritrovamento.
La base si trovava in una vasta area del deserto del Nevada, nel New Mexico, ed era l’unica in tutti gli Stati Uniti dove i bombardieri fossero dotati di bombe atomiche; era il luogo da cui provenivano gli aerei muniti di quei micidiali ordigni che, sganciati sul Giappone, avevano posto fine alla seconda guerra mondiale, era un luogo segretissimo dove i non addetti non venivano tollerati neppure a chilometri di distanza. Nella base era presente un nucleo del C.I.C., servizio del controspionaggio, a comando del quale era il maggiore Jesse Marcel a cui il colonnello William Blanchard, comandante della base, diede incarico di prendere contatto con l’allevatore Brazel ed effettuare un sopralluogo investigativo nella zona al fine di chiarire quali avvenimenti fossero accaduti e adoperarsi per svelare quello strano mistero visto che poteva anche trattarsi dei rottami di un aereo spia russo o di qualche altra nazione nemica.
L’area dell’impatto era ormai affollata dagli abitanti di Roswell, da curiosi e da persone che, per i più svariati motivi, si trovavano in quei luoghi; tutti poterono vedere che fra i vari frammenti ne emergeva uno molto grande a forma di semisfera a cui dovevano essere appartenuti tutti gli altri pezzi disseminati intorno. I soldati percepirono subito che, data la forma inusuale degli oggetti, si trattava, probabilmente, di qualche dispositivo militare sperimentale e quindi segretissimo.
Marcel diede immediatamente disposizione di allontanare tutti e fece recintare una vasta porzione di territorio circostante dichiarando di agire per la sicurezza nazionale e rassicurando i convenuti che si trattava dei frammenti di una sonda metereologica caduta a causa del temporale. Marcel era abituato ad avvenimenti inconsueti perché durante la guerra si occupò di reperire informazioni che permettessero di ostacolare il lancio delle V2 su Londra e tutta la tecnologia balistica, di cui venne a conoscenza in quel periodo, ne aveva fatto un vero esperto nella guerra tecnologica ma per quanto cercasse di ricordare i programmi futuri del governo e gli studi balistici in atto, non gli riuscì di catalogare ciò che vedeva sparso nel terreno e questo lo rendeva nervoso e preoccupato perché poteva trattarsi di un dispositivo dei russi di cui il controspionaggio non era a conoscenza e destinato, forse, a carpire importanti segreti di stato. Ispezionò minuziosamente il terreno, raccolse e catalogò vari frammenti poi percorrendo un immaginario sentiero a spirale che andava allargandosi tutto intorno intravide, celato alla vista dei curiosi da un massiccio roccioso, quel che restava di un apparecchio complesso di forma sferica, molto più grande di quello che si erano lasciati alle spalle quella mattina. Si trattava di un oggetto sferoidale ma con una pronunciata svasatura alla base, si poteva dedurre che l’altro oggetto ritrovato più distante, seppure più piccolo, dovesse fare parte di questo formando un unico involucro a forma di sfera schiacciata dal diametro massimo di circa 15 metri e altezza totale, assemblando mentalmente le due parti, di 8 metri. La mancanza della parte inferiore permetteva di intravedere vaghe forme nell’oscurità dell’interno ma senza dare la possibilità di avere una visione particolareggiata.
Dopo avere ordinato ai suoi uomini di vigilare attentamente, Marcel, come imponeva il suo addestramento e la dedizione al suo paese, si avviò verso l’apertura inferiore e riuscì, non senza difficoltà, ad entrare in quello strano oggetto che ora, a ragion veduta, doveva essere senza alcun dubbio un velivolo sperimentale nazionale oppure, come aveva sospettato, un sofisticato velivolo spia dei russi e questo imponeva decisioni immediate e senza titubanza dato che poteva essere in pericolo la sicurezza nazionale.
Si avviò negli ambienti interni camminando con circospezione e cercando qualunque appiglio, l’illuminazione interna era molto fioca e quando i suoi occhi si abituarono a quella tenue luce potè vedere un qualcosa che, vagamente, rassomigliava ad una figura umana distesa in quello che poteva essere un locale centrale di forma circolare. Si avvicinò per osservare meglio la figura distesa sul pavimento e, con un miscuglio di sentimenti varianti fra curiosità e terrore, si rese conto che non si trattava di un essere umano vero e proprio in quanto di umano aveva solo le fattezze e poteva essere considerato “umano” quanto può esserlo un gorilla. Era un essere glabro, esile di costituzione e molto alto, circa 2,40 metri, indossava un indumento unico che poteva essere assimilato ad una tuta aderente ed era di carnagione molto chiara, non si intravedeva sangue o altro fluido fuoriuscire da quel corpo, doveva essere morto per il forte urto che, verosimilmente, aveva danneggiato i suoi organi interni.
Marcel si guardò intorno e cercò subito di catalogare mentalmente ciò che vedeva cercando di risalire a chi poter attribuire la costruzione di quello stupefacente velivolo e soprattutto se esso poteva rappresentare una minaccia per gli Stati Uniti. Gli oggetti che vedeva non sembravano appartenere alla categoria delle armi, riuscì ad intravedere diverse apparecchiature inglobate nelle pareti di quello strano oggetto volante, apparecchiature di cui non si capiva la funzione né erano simili ad altre che aveva avuto modo di vedere nella sua lunga carriera;
una in particolare attirò la sua attenzione perché appariva alla vista come se fosse evanescente, eterea, non sembrava reale ma immaginaria restando, però, impressa nella retina insieme alle altre cose che la circondavano. Istintivamente, Marcel si ritrasse allontanandosi di mezzo metro, l’immagine di quella apparecchiatura riprese consistenza e senso di realtà come tutto il resto; allora egli decise di riprovarci cercando di vincere quello strano senso di nausea che lo pervadeva sforzandosi di avvicinarsi ancora di più. I minuti scorrevano lenti mentre l’uomo cercava di vincere quel senso di malessere e disagio dovuto alla falsa percezione della realtà, quando si trovò a circa 20 centimetri dalla la visione si fece improvvisamente più nitida e gli apparve la figura del globo terrestre distesa su un unico
piano e disseminata di tantissimi puntini luminosi. Marcel, repentinamente, si ritrasse e la visione sparì; gli si ripresentò la struttura di quella macchina immersa nella penombra che pervadeva l’abitacolo insieme a tutti gli altri oggetti, il globo terrestre era scomparso; si decise a ripetere l’esperienza: avanzò con più decisione e velocità, quando si ritrovò a pochi centimetri dalla macchina gli riapparve il globo terrestre con tutti quei puntini luminosi disseminati un po’ dovunque: ne poteva scorgere dappertutto, negli Stati Uniti come in America Latina, in Africa e in oriente, il loro numero variava da luogo a luogo; provò anche a chiudere gli occhi ma l’immagine non scomparve, era impressa nella sua mente e poteva riconoscere i continenti, concentrando lo sguardo su una singola zona immediatamente questa si ingrandiva e diventava più particolareggiata come se avesse azionato un potente zoom.
Una località attrasse improvvisamente la sua attenzione perché vi erano concentrati una quantità di puntini enorme, migliaia in un luogo ristretto quasi a formare un’unica grande luce come non appariva in nessun’ altra parte di quel globo, si trattava di un’isola posta al centro del mare Mediterraneo fra l’Italia, la Spagna, la Francia e il nord Africa, anzi, guardando meglio si accorse che le isole erano due, molto vicine, ma tutte le luci erano solo in quella inferiore, la più grande, un’isola di cui non aveva mai sentito parlare e che lui non conosceva.
CAPITOLO 1
Vista dal finestrino dell'aereo, Cagliari appariva al viaggiatore come una ridente, ordinata e operosa cittadina di provincia, disposta su alcune alture che si affacciavano sul mare e sul colle più alto era stata costruita la parte più antica della città, circondata da vecchie mura di cui si potevano intravedere ancora i resti, si capiva che era la parte più antica anche per via delle strade molto strette e per l'altezza degli edifici piuttosto contenuta. Fuori da quelle antiche mura si era sviluppata la città più moderna le cui strade si allargavano sempre più, proporzionalmente all'allontanamento dalla parte vecchia. La città era ubicata al centro di un golfo i cui bracci si intravedevano facilmente attraverso una leggera foschia mattutina e possedeva un porto dove erano attraccate alcune navi. L’aereo compiva lenti giri circolari sulla città in attesa dell’assenso all’atterraggio e si poteva notare, adiacente al nucleo urbano, una lunga spiaggia bianchissima su cui si riflettevano i raggi del sole, una spiaggia lunga alcuni chilometri la cui battigia sprofondava in un mare verde smeraldo incorniciato da una curiosa montagna a forma di sella, protesa sul mare. La prima impressione che Paolo ne ricavò corrispondeva esattamente ai racconti di suo padre e sua madre durante le tranquille serate sonnacchiose trascorse nella loro casa in riva all'oceano Indiano sulla costa del Madagascar ma lo smeraldino colore del mare che vedeva non aveva eguali in nessun altro luogo che egli avesse visitato.
Si chiamava Paolo Maxia e aveva 38 anni, dopo la morte dei genitori avvenuta 4 mesi prima in un incidente d'auto, decise di vendere il villaggio turistico fondato dal padre dopo una vita di sacrifici trascorsa lavorando su una piattaforma petrolifera al largo dalla costa del Madagascar e ritornare nella terra dei genitori che, pur avendo conosciuto solo in giovanissima età, sentiva di amare, quasi che la nostalgia che spesso traspariva dai loro racconti si fosse materializzata in lui e avesse acceso nel suo animo il desiderio di tornare nella terra
natia. In Madagascar non aveva lasciato indietro nulla che valesse la pena di essere vissuto e in Sardegna aveva pochi parenti che, dopo la partenza dei genitori, probabilmente avevano dimenticato quel ramo della famiglia poiché i contatti si erano affievoliti nel tempo fino a scomparire del tutto. Paolo aveva deciso di fare il turista, d’altronde aveva accumulato una cospicua sommetta e poteva permetterselo, desiderava conoscere a fondo la vita e la cultura di quelle genti che sentiva così vicine e poter trascorrere il resto della sua esistenza in quella terra che gli aveva dato i natali. Aveva una corporatura robusta, da sportivo, ed era amante del trekking inoltre aveva scelto la data del viaggio in modo che cadesse in periodo primaverile dato che il suo fisico non era abituato al freddo intenso sopratutto con il clima umido, caratteristico di quelle parti. Era la fine di aprile. L'aeroporto di Elmas, dall'alto, aveva l'aspetto di un'aerostazione internazionale moderna, attrezzata e ben strutturata e situata alcuni chilometri di distanza dal centro abitato della città e le piste confinavano con una estesa laguna che lambiva molti villaggi vicini; tutta la struttura era ben allineata seguendo la direzione dei venti prevalenti in quei luoghi e che ne determinavano il clima. Mentre scendeva dalla scaletta dell'aereo, Paolo si riempì i polmoni di quell'aria salmastra che veniva trasportata da un moderato vento di scirocco e la sensazione che ne derivò fu di euforia perchè si sentiva a casa, conosceva bene quell'odore che era frequente anche nel paese che aveva lasciato e che gli infuse una certa aria familiare fugando quel disagio misto ad ansia che inizialmente coglie ogni viaggiatore in terra straniera. Dopo avere recuperato il bagaglio si avviò verso l'uscita dell'aerostazione e l'impressione positiva iniziale venne confermata dai servizi che accoglievano i viaggiatori: all'esterno, infatti, ordinatamente disposti, stazionavano file di taxi e alcuni autobus in attesa di accogliere i clienti, Paolo optò per il taxi, riservandosi in futuro di noleggiare un'auto dopo che avesse avuto familiarità con i luoghi. Il guidatore del taxi era un uomo sulla cinquantina, calvo, con i baffi stile staliniano, di bassa statura, con un ventre particolarmente pronunciato e con una notevole loquacità che forse mirava ad una lauta mancia avendo capito di avere come cliente un forestiero avido di conoscere le usanze dell'isola. Paolo parlava
bene la lingua italiana e possedeva alcune cognizioni di quella sarda perchè i genitori non avevano trascurato questo importante aspetto della cultura da cui provenivano, inoltre il villaggio turistico del padre era frequentato sopratutto da turisti italiani alla ricerca di vacanze a buon mercato spesso condite da avventure amorose con ragazze del luogo, quindi lui era in grado di interloquire perfettamente con il tassista che si prodigava anche a fare da cicerone lungo il percorso e che si profuse in una valanga di informazioni da cui Paolo apprese che in città fervevano i preparativi per lo svolgimento di una delle feste religiose più caratteristiche della Sardegna e, pensando con soddisfazione di essere giunto in un momento cruciale nella vita dei sardi, si affidò a lui per la scelta dell'albergo dove soggiornare.
L'albergo consigliato fu una scelta felice in quanto situato non troppo distante dal centro ma fuori dalle grandi aree di traffico intenso vicine al porto che era il fulcro principale delle attività di Cagliari, dal gentile personale della reception, Paolo riuscì a sapere che la grande festa si sarebbe svolta l'indomani, il primo maggio, in onore del santo compatrono della città: Sant'Efisio. A quell'evento egli non voleva rinunciare e si dette da fare alla ricerca di informazioni, cartine stradali e depliant senza trascurare di fare un tour gastronomico locale nelle botteghe delle vie che si affacciavano sulla strada principale davanti al porto. Fu così che poté notare il carattere affabile ed amichevole di quella gente verso i forestieri che cercando di offrire la massima ospitalità, spesso creavano disagio nei visitatori poco avvezzi a questo trattamento troppo premuroso. Paolo ebbe modo di apprezzare il carattere dei sardi ed ebbe anche modo di notare che la loro dizione della lingua italiana era perfetta seppure pronunciata con un caratteristico accento marcato e cantilenante che spesso ne faceva oggetto di derisione da parte di quelle persone che loro chiamavano "i continentali" perchè, appunto, provenivano dal continente italiano. C'era aria di festa in giro per la città e molti abitanti delle zone interne dell’isola si erano riversati nel capoluogo per potere assistere il giorno successivo a quello spettacolare evento che accomunava tutti i paesi della Sardegna che quasi si misuravano in una gara di canti e balli tradizionali. Quella sera, prima di addormentarsi, Paolo pensò che in
fondo quella gente era molto vicina al suo modo di essere e alle peculiarità degli abitanti del Madagascar, che lui conosceva bene, imperniate sulla solidarietà e sull'amicizia.
La mattina dopo si svegliò di buon'ora e si preparò ad uscire presto per potersi procurare un buon posto di osservazione, magari uno di quelli a gradinata che erano stati montati appositamente per i turisti lungo la via principale e che gli avrebbero permesso di godere dello spettacolo nella sua completezza. Riuscì a trovare un posto confortevole in una delle gradinate situate davanti al palazzo comunale in una posizione alta e si trovò, casualmente, a fianco di un uomo piuttosto alto, slanciato, con braccia e gambe lunghe e una faccia rotonda in cui spiccavano gli occhi azzurri, un grosso naso a patata e due orecchie leggermente sporgenti. Indossava un abito elegante di morbida stoffa grigia e sulla testa portava un cappello bianco a tesa larga, sembrava un personaggio tratto da un vecchio film sui gangster di Chicago. Paolo pensò che fosse un turista come lui poiché si guardava intorno molto interessato a tutto ciò che lo circondava e improvvisamente gli rivolse la parola in un inglese biascicato, un poco imbastardito, con un particolare accento che caratterizza alcuni stati del nord America. Forse cercava di comunicare o di fare amicizia poiché i nativi non sembravano avere molta dimestichezza con le lingue straniere, al contrario di Paolo che conosceva perfettamente l'inglese.
Seppe così che quello straniero si chiamava George Smith, che era in vacanza alla ricerca di località e culture nuove e che nonostante l'età di 53 anni era un abile escursionista a cui piaceva visitare luoghi poco frequentati; seppe anche che alloggiava nel suo stesso albergo e poiché erano accomunati dalla passione per l'escursionismo, dalla curiosità di conoscere e, non ultimo, dall’avere intrapreso un viaggio in solitudine, si instaurò fra loro una reciproca simpatia. Ebbero modo di approfondire la conoscenza e scambiarsi alcune informazioni nell'attesa dell'inizio della sfilata che tardava; dopo un’ora si erano talmente affiatati che parevano amici di vecchia data. Finalmente, salutati da un grido di folla, i primi carri addobbati a festa chiamati “Traccas” incominciarono ad arrivare e si intravedevano, in lontananza, procedere con lentezza poiché erano trainati da buoi.
Erano dei carri di legno con grandi ruote che ricordavano i carri dei pionieri del vecchio west, però erano più larghi e contemporaneamente più corti e avevano due sole ruote al centro del pianale mentre il telo di copertura in alcuni aveva forma rotondeggiante e in altri squadrata. Tutti i carri provenivano da diversi paesi dell'interno dell'isola e gli abitanti provvedevano agli ornamenti che li decoravano, anche i buoi che fungevano da motrice erano ornati a festa e sul pianale sedevano uomini e donne del paese che aveva allestito il carro, vestiti con i variopinti abiti che lo caratterizzavano, muniti di strumenti musicali tipici di quel luogo cantavano canti tradizionali. In altri carri si mostravano, invece, i prodotti tipici di quella zona o manufatti artistici ma, soprattutto, si ostentavano i cestini colmi di dolci e gli oggetti d'oro indossati dalle donne; sia gli uni che gli altri non avevano eguali in nessuna altra parte del mondo: i dolci erano preparati con ingredienti genuini, principalmente a base di miele, mandorle e uova, mentre i monili avevano una foggia veramente insolita, con una filigrana lavorata a mano e di dimensioni notevoli. Lo spettacolo era entusiasmante e il fervore religioso tanto coinvolgente che anche George, che dava l'impressione di una persona seria e posata, spesso si alzava in piedi ad applaudire. Dopo i carri sfilarono i paesani a piedi, sempre indossando i loro abiti caratteristici; alcuni, in segno di penitenza, sfilavano scalzi, altri suonavano e cantavano, spesso le donne regalavano, alla folla che assisteva, la frutta e i fiori contenuti nei loro cesti e a volte anche quei prelibati dolci che Paolo aveva avuto modo di gustare il giorno precedente. Anche George dimostrò di conoscere e gradire quelle prelibatezze e come si alzò in piedi ad applaudire per l'ennesima volta, diede una gomitata a Paolo e lo invitò a guardare verso un gruppo che arrivava in quel momento e alla testa del quale sfilavano due teneri bambini con uno stendardo riportante il nome del paese: "Desulo", dietro di loro una donna regalava dolci ai filari di folla che si trovavano alla sua destra e sinistra. Quella donna era di una bellezza talmente straordinaria che pareva dotata di vitalità propria, era snella e la sua pelle aveva il colore tipicamente ambrato di quel popolo, i capelli scuri le sfioravano le spalle e gli occhi avevano la lucentezza e la sfumatura del topazio bruno. Portava un cuffia
aderente multicolore e un abito anch'esso variopinto con la gonna che arrivava quasi a terra, i colori prevalenti di quell'abito erano rosso, giallo e azzurro accostati fra loro in modo sapiente, risultò uno degli abiti più appariscenti ed apprezzati di quella sfilata. La donna sorrideva nel suo incedere quasi regale e distribuiva le leccornie del suo cesto. George non seppe resistere e si alzò per incrociarla nella strada e fare incetta di dolci; Paolo lo seguì preparandosi a riempire anche le tasche. Lei arrivò all'altezza della loro posizione e George si fece strada a gomitate per raggiungerla mentre Paolo, che non amava la ressa, se ne stette in disparte osservando la scena e ridendo.
Come l'amico raggiunse la donna, lei lo rifornì abbondantemente, ma a Paolo non sfuggì che, curiosamente, insieme ad un dolcetto gli aveva passato un biglietto che lui si affrettò a mettere in tasca quasi che se lo aspettasse. Da quello che George gli aveva raccontato, non conosceva nessuno nell'isola, tra l'altro era arrivato da poco, come poteva avere fatto amicizia con una bella ragazza proveniente da un paese a diverse centinaia di chilometri dal capoluogo? La faccenda era alquanto curiosa ma non ne fece menzione all'amico in attesa che, magari, ne parlasse lui, cosa che non avvenne e anche Paolo si comportò come se non avesse visto nulla, d'altronde non aveva alcun diritto di sapere o di intromettersi nelle faccende private di alcuno anche se non capiva il motivo di quelle menzogne. La sfilata continuò con dei cavalieri, vestivano gli abiti delle vecchie milizie sarde che vittoriosamente resistettero all'assalto delle forze d'occupazione francese sbarcate sul litorale cagliaritano dopo gli eventi della rivoluzione francese, sul finire del 18° secolo; insieme ai miliziani sfilarono i notabili e le personalità politiche del luogo vestite con gli abiti della festa e infine, accompagnato da grida di giubilo, arrivò il cocchio adornato con gli ex -voto e la statua del patrono chiusa in una gigantesca teca di vetro. Il carro del santo suscitò commozione e si formò subito un seguito di fedeli in preghiera che, per penitenza, l'avrebbero accompagnato nei luoghi del martirio.
CAPITOLO 2
Mentre si avviavano verso l’albergo, Paolo si rivolse all’amico:
- Questo popolo mi ricorda la gente in Madagascar che vive in modo molto semplice e qui ancora si riscontra un sapore di antico vivere, quiete e profonda religiosità; le donne hanno una bellezza e un fascino lontani dai canoni della moderna civiltà occidentale.—
George annuì dicendo:
- Mi piacerebbe inoltrarmi verso l’interno dell’isola perché è là che possiamo trovare quello che rimane della genuinità di questo popolo.
-È una proposta allettante che non mi dispiace affatto, sono lieto di accompagnarti, sono venuto per conoscere la mia gente e farlo in buona compagnia mi lusinga. -
Attese la risposta di George che, al momento, pareva essersi disinteressato al dialogo e scrutava in lontananza quasi fosse in ansia per qualcosa che potesse determinare una minaccia o motivo di preoccupazione ma, per quanto Paolo ebbe modo di vedere, non si notava niente di anomalo fra la folla che si dissolveva. Durante il tragitto verso l’albergo non parlò più e non fece menzione del biglietto ricevuto. Visto che l’amicizia era ormai consolidata e che i due si trovavano a proprio agio nella reciproca compagnia, decisero di cenare insieme per programmare quel che avrebbero fatto nella giornata successiva.
Non si poteva dire che i piatti locali non fossero calorici, nei primi piatti abbondava la pasta condita e integrata in mille modi diversi, dai sughi alla ricotta con abbondanza di formaggio pecorino locale, mentre i secondi piatti erano ancora più vari e contemplavano pesci e carni a cui la freschezza di quei luoghi attribuiva un gusto assolutamente gradevole e alquanto inusuale. Fra tutti i piatti di mare spiccava il muggine arrosto e fra quelli di terra il porchetto da latte arrostito: entrambi, sapientemente cucinati, trasformavano quei semplici piatti in delicate prelibatezze. I due amici dovettero farsi forza per cessare di fagocitare quelle bontà ma la giornata seguente sarebbe stata piuttosto
faticosa.
George propose un itinerario a tappe che partendo dal famoso nuraghe Arrubiu li avrebbe portati al cuore dei monti del Gennargentu dove si trovavano i più antichi siti e monumenti edificati dalla civiltà millenaria degli Shardana, l’antico popolo che, originario della Sardegna, dominò i mari insieme ai fenici e agli Etruschi. Il nuraghe Arrubiu era una delle mete archeologiche più famose e per arrivarci ci si doveva servire di un trenino a scartamento ridotto che lentamente s’inerpicava per le montagne e attraversava luoghi splendidi e selvaggi. La cena succulenta e abbondante pareva avesse calmato l’ansietà di George che, forse a causa delle abbondanti libagioni con il prelibato vino Cannonau, aveva l’aria giuliva di chi si appresta ad incassare una lauta vincita alla lotteria.
-Se riusciamo ad avere un risveglio mattiniero, cosa di cui dubito, possiamo essere alla stazione dei treni alle 8,30, giusto in tempo per salire sul treno delle 8,40.
-Ma che fretta abbiamo—disse George con il naso e le guance colorate da un rossore che tradiva la sua poca dimestichezza con i vini corposi ad alta gradazione alcolica - Anche se partiamo due ore dopo non fa alcuna differenza, inoltre quel nettare di vinello è un traditore perché sembra gustoso e delicato ma sta già lavorando sul cervello dal primo sorso e mi ci vorrà tempo per riabilitare i miei neuroni. Vado a dormire.— e con incedere poco fermo e voce cantilenante, si diresse verso l’ascensore.
Paolo, che conosceva bene gli effetti dell’alcool e delle bevande che circolavano in abbondanza nel villaggio turistico del padre, aveva evitato di esagerare e riuscì a mantenersi sobrio; l’ esperienza aveva un ruolo importante in questa sua virtù. All’età di 12 anni, la curiosità e il desiderio di sentirsi grande lo spinsero a sottrarre una bottiglia di gin dalla cambusa dell’imbarcazione di famiglia e a scolarne il contenuto insieme a Iskra, la sua amichetta di colore figlia di uno degli inservienti che davano una mano a suo padre e, siccome l’impresa avvenne di notte, ad ogni sorso cercavano di contare le stelle del cielo senza riuscire a tenere il conto poiché aumentavano ad ogni secondo. Finché stettero distesi a guardare il firmamento, avvertirono unicamente un
senso di instabilità ma appena cercarono di sollevarsi caddero rovinosamente a terra e tutto quello che avevano ingurgitato durante la giornata venne reso alla terra. Fu un’esperienza allucinante che lo costrinse a letto per due giorni senza contare la punizione che gli era stata inflitta, l’unica cosa che suo padre aveva appreso ed apprezzato delle usanze locali.
Il rumore del traffico nella via sottostante pose fine al sonno dei due amici, un sonno profondo che ormai li aveva portati fin quasi le 10 antimeridiane. Decisero che non era il caso di affrettarsi per non mancare all’appuntamento con il treno, potevano procedere con calma fino alle 16, ora in cui avrebbero avuto l’opportunità di salire sulla corsa successiva. Lasciarono l’albergo mezz’ora dopo e presero a percorrere a piedi la strada che li separava dalla stazione delle Ferrovie Complementari, così si chiamava l’azienda che gestiva le corse di quei treni, da lì avrebbero approfittato per salire su un taxi e approfondire la visita della città e non sarebbe mancata neppure l’opportunità di conoscersi meglio.
–Sono venuto in quest’isola—disse George mentre cercava di tenere il passo – perché fra i miei studi di archeologia la Sardegna sembra essere il fulcro di alcune mutazioni nella cultura egizia e sto seguendo le tracce di questo misterioso popolo, nativo dell’isola, che furono gli Shardana, lungo le rotte frequentate nell’antichità. Ho trovato reperti in Mesopotamia, in Grecia, a Creta, in Egitto, in Palestina e a Simbabhwes dove essi arrivarono circumnavigando l’Africa per sfruttare le miniere di stagno necessarie a produrre il bronzo. È un popolo misterioso che mi ha sempre affascinato per il suo ingegno nel costruire navi veloci ed all’avanguardia rispetto a quelle dei nemici, le loro, infatti, erano velocissime e prive di timone e potevano manovrare grazie ad uno strano attrezzo montato sulla tolda delle navi insieme ad un albero e di cui ancora non si è scoperta la struttura. Il museo egizio del Cairo ha incaricato il professor Blair, di cui sono amico e collaboratore, di svolgere ricerche sul regno di Amenophe IV e Nefertiti poiché a quel tempo vi fu un contatto con gli Shardana che riportò gli egizi ad un culto monoteista; si tratta di un periodo vicino al 1400 a.C., io sto svolgendo alcuni studi preliminari in attesa di essere
raggiunto dal professore fra circa 20 giorni.-
Gli occhi di Paolo si illuminarono di interesse.
—Ho sentito spesso parlare della popolazione marinara che viveva in questi territori, mio padre mi descriveva spesso i resti degli insediamenti di quelle genti e anche delle spettacolari soluzioni architettoniche con cui costruirono i nuraghi assemblando enormi massi senza alcun tipo di malta, e vorrei vedere da vicino questi capolavori di ingegneria.-
Mentre si scambiavano queste informazioni, bloccarono un taxi e si fecero trasportare verso la zona vecchia di Cagliari situata nel colle più alto e chiamata “il castello”. Le antiche mura, di cui ancora si trovavano i resti, racchiudevano la città antica, rannicchiata su un colle da cui si poteva spaziare sul mare e da dove, probabilmente, venivano avvistate, nel passato, le navi nemiche. Diverse dominazioni si erano succedute entro quelle mura e tutte avevano lasciato il segno; genovesi, pisani, aragonesi, austriaci, piemontesi. Le strade erano strette, costituite da ciottolati e lastre di granito, l’ingresso alla parte antica era possibile attraverso alcune porte pesantissime posizionate alla base di torri, le porte di legno chiodato potevano scorrere dal basso in alto per mezzo di potenti argani a catena.
Caratteristica della città vecchia era il bastione di Saint Remy costituito da mura altissime che fronteggiavano il porto e che, probabilmente, servivano per difesa da pirati e da invasori. Nella parte vecchia non si rilevavano tracce dei protosardi e benché si faccia risalire la fondazione della città ai Fenici, rimane il dubbio che essa fosse preesistente e che i veri fondatori fossero stati gli Shardana. La visita fu breve e non potè essere approfondita per mancanza di tempo, infatti il pomeriggio si avvicinava e i due amici sarebbero dovuti salire sulla littorina ( particolare tipo di treno che possedeva i pregi del tram uniti alla velocità del motore diesel) per il paese di Mandas e da lì proseguire con una vecchia locomotiva verso il paese di Orroli nel cui territorio si trovava il nuraghe Arrubiu. Mentre scendevano verso il porto lungo una strada panoramica intitolata alla Regina Elena, George attirava gli sguardi dei cagliaritani con il suo incedere ciondolante e quel suo cappello a tesa larga e ne suscitava l’ilarità poiché ai loro occhi doveva
apparire un tipo piuttosto eccentrico.
-Credo che faremmo bene a procurarci una cartina topografica delle zone dove andremo, per trovare le strade più agevoli e visitare la zona al di fuori dei flussi turistici programmati- disse Paolo, mentre a stento riusciva a tenere il passo impegnato a leggere un elenco degli alberghi della zona della Barbagia di Seulo, comunità d’appartenenza del comune di Orroli.
-Io non mi preoccuperei delle cartine e degli alberghi, riusciremo ad avere informazioni sicure e attendibili dagli abitanti del posto- ribattè George, e mentre pronunciava queste parole entrò in un bazar dove acquistò diversi attrezzi per escursionismo, tra cui una bussola e una pistola lanciarazzi e mise il tutto dentro un tascapane che aveva portato con sé. Paolo rimase perplesso perché non capiva a cosa potessero servire molti di quei materiali ma preferì non proferire parola. Una camminata veloce lungo le vie del centro, portò i due amici all’appuntamento con il treno e alle ore 16 in punto la littorina partì verso le montagne. Non si trattava di un viaggio molto comodo e soprattutto la compagnia era piuttosto rumorosa e ridanciana essendo composta da studenti pendolari diretti verso casa, ma in fondo quella gioiosa gioventù metteva di buonumore. Vicino ai due amici, sedeva un uomo anziano dell’apparente età di 70 anni, di statura bassa e con il ventre pronunciato, vestiva pantaloni e casacca di velluto marrone con il tipico cappello che i nativi chiamavano “su berrittu ” e che aveva la foggia caratteristica della “coppola” siciliana, anch’esso, rigorosamente in velluto, leggermente calato sulla fronte rugosa e bruciata dal sole, rughe vistose che si potevano notare anche sul viso e sulle mani, segni tipici di chi lavora all’aria aperta e in campagna. Il vecchietto masticava l’estremità di un sigaro spento e guardava fuori del finestrino con l’aria sonnacchiosa di chi è abituato alla vista di quel paesaggio, ormai monotono, di quel tratto di ferrovia percorso innumerevoli volte, pareva quasi che dormisse con gli occhi aperti, come ipnotizzato dallo scorrere regolare degli alberi ai lati della linea ferrata. Quando il treno fischiò, il vecchio ebbe un sussulto e distolse lo sguardo che andò ad incollarsi sulla figura di George con aria indagatrice e un poco sdegnata dall’abbigliamento inusuale, come ebbe terminato l’ispezione
ritornò ai suoi pensieri con l’espressione di chi cerca risposte ai propri quesiti mentali. George starnutì vigorosamente
-saluri!!!—gli augurò l’uomo. -Sarà magari l’odore del sigaro che da fastidio?
-No, non si preoccupi, spesso i pollini primaverili fanno quest’effetto e quando mi va male soffro anche di forti mal di testa.- Il vecchio annuì e vedendo che George aveva un’aria sofferente, volle dare un consiglio
-Voi siete forestieri, vero? Per curare i vostri malanni andate a sedervi sulle pietre delle “tombe dei giganti” e ogni dolore vi passerà, in paese lo facciamo in tanti e vengono anche da fuori per curarsi in questo modo. Dovete sapere che alla mia età, i dolori, spesso, si fanno sentire insistentemente, allora io vado in campagna e mi siedo sulle pietre degli antichi e i dolori vanno via-
Paolo guardò George che aveva dipinta sul volto l’espressione accondiscendente tipica di chi asseconda un pazzo.
-Dalle vostre facce vedo che non mi credete, eppure è così.
- Dove si trovano le pietre che hanno questi effetti?—incalzò Paolo.
- Non ci sono delle pietre speciali, funzionano tutte, qualcuna più delle altre, hanno un’energia vitale che si trasmette alle persone che soffrono eliminando il male. Io vado a sedermi vicino ai menhir de “ su putzu” a Orroli, la zona si chiama così perché c’è un villaggio nuragico attorno ad un pozzo sacro risalenti a circa 5000 anni fa.
-ma allora Lei abita ad Orroli?- incalzò George.
-No, io abito a Mandas, però vado in quei posti quando ne ho necessità, mi siedo sulle pietre e rimango alcune ore a leggere qualche giornale oppure mi addormento, poi vado via e i dolori si sono già affievoliti, faccio questo alcune volte fino a che scompaiono del tutto. Se volete, vi ci accompagno.
-Noi siamo diretti proprio ad Orroli per visitare la zona del nuraghe Arrubiu e una volta arrivati a Mandas saliremo sul trenino verde e faremo tappa in quel paese, se viene a trovarci in albergo e ci farà da guida, la pagheremo bene- disse George con la speranza che l’uomo accettasse.
-Non mi interessano i soldi, lo faccio perché mi siete simpatici, in caso contrario avreste potuto offrirmi una valigia piena d’oro ma non avrei
accettato- rispose il vecchietto con aria risentita.
- Siamo d’accordo, verrò domattina al vostro albergo e andremo insieme nella zona nuragica – e, senza proferire altre parole, salutò mentre si alzava, avviandosi verso lo sportello della littorina che si apprestava a fermarsi alla stazione di Mandas, quasi offeso ma disposto a perdonare conscio del fatto che gli stranieri ignorano il carattere cordiale e disinteressato dei sardi.
Paolo e George lo seguirono con lo sguardo fino a che non sparì dietro un caseggiato e si apprestarono, anche loro, a scendere per poi salire sul vecchio treno che li avrebbe portati a destinazione. La locomotiva che li attendeva, non era come avevano pensato, una vecchia caffettiera a vapore ma una motrice diesel con un vagone da una settantina di posti, il treno d’epoca veniva utilizzato solo su richiesta di comitive turistiche numerose e viaggiava esclusivamente se veniva noleggiato per intero da qualche agenzia turistica. Acquistarono il biglietto e salirono in carrozza insieme ad una trentina di turisti norvegesi che avevano pernottato a Mandas, tutti diretti verso la zona archeologica di Orroli; scelsero un sedile lontano dal vociare dei turisti e una volta sistemati Paolo ebbe modo di esprimere alcune sue considerazioni
-In molti popoli del Madagascar e dell’Africa intera si tramandano leggende di maghi e stregoni e posso dire di avere convissuto con queste fantasticherie per tutti gli anni della mia vita, ma il racconto di quel vecchio mi ha letteralmente affascinato e mi ha affascinato il suo entusiasmo e la sua fede nel potere taumaturgico di quelle pietre millenarie anche se sono consapevole del fatto che la questione sia alquanto irrazionale e che spesso il “credere” è più efficace di qualsiasi medicina.
-Anche se sono nato in una nazione dell’occidente progredito- rispose George- da sempre perdurano in alcune persone, credenze e riti assolutamente illogici ma che hanno un grande seguito e penso che sia una necessità, per l’uomo tecnologico, credere in qualcosa che ne esalti la spiritualità, quindi non mi meraviglia affatto che circoli questo tipo di cultura che in questo caso non può portare che benefici per via dell’effetto placebo. Uno dei motivi che mi hanno portato in questa terra è proprio perché ho intravisto negli abitanti della Sardegna uno
degli ultimi baluardi di quello che fu il mondo agro-pastorale della prima metà del ‘900, un mondo legato ancora alla sua terra e alle sue tradizioni con tutto il bagaglio di racconti e leggende che si tramandano dalla notte dei tempi, un contesto che mi attrae molto e nel quale mi piacerebbe vivere senza le complicazioni frenetiche della nazione da cui provengo. Non è escluso che, una volta terminato il mio lavoro, mi stabilisca qui per il resto dei miei giorni.-
Nei 45 minuti di durata del viaggio non parlarono più di questi argomenti ma si limitarono ad osservare il paesaggio collinare che scorreva davanti ai loro occhi mentre il treno avanzava lungo quella strada ferrata che dolcemente aggirava le alture dirigendosi verso est. Curiosamente questo popolo non aveva violentato le montagne scavando gallerie per abbreviare il percorso ma aveva saputo preservare quella natura da ogni tipo di contaminazione facendo in modo che i binari seguissero una via ideale anche se tortuosa che permetteva di aggirare gli ostacoli invece di eliminarli, era un viavai di curve e controcurve che seguivano le rotondità delle colline salendo sempre più in alto. Finalmente il treno entrò nella stazione di Orroli dalla quale si poteva ammirare la maestosità del monte Pizziogu che sovrasta tutto il paese; dal finestrino, Paolo lesse un cartello di benvenuto che invitava il turista a visitare la terra dei 40 nuraghi, una delle zone archeologiche più famose di tutta l’isola e probabilmente anche quella più dotata di reperti preziosi.
mercoledì 31 marzo 2010
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